È stato come assistere a uno stupro. L'insensata rabbia, l'atroce indifferenza verso la bellezza, la totale assenza di quel rispetto che le persone di buon senso amano dare per scontato. Giovedì a Roma le lacrime dei cittadini scendevano insieme all'acqua violata della Barcaccia.
Vedere quelle immagini che si rincorrevano sui social e in tv è stato, e lo è ancora, un susseguirsi di indignazione, rabbia e umiliazione. La Barcaccia insozzata e mutilata da 110 irreparabili scalfiture, le
auto dei cittadini prese a bersaglio, i negozianti barricati, le mura del centro ridotte ad affollati pisciatoi. Come firma, le bottiglie di birra, la 'monnezza' e i palloncini della squadra del cuore di questi barbari, che né cuore né civiltà hanno portato con loro.
Ancor più male ha fatto chiedersi come a tutto ciò sia stato permesso di accadere. All'indignazione di fronte alla barbarie, si è sommata la profonda vergogna di una città che, è vero, quel giorno è stata risparmiata dal vedere morti, ma non è stata capace di proteggere se stessa. Questi non erano combattenti dell'Isis, non erano soldati di un esercito né tantomeno black bloc di professione. No, erano 500 tifosi ubriachi. Roma è stata assalita e irrimediabilmente sfregiata da 500 persone ubriache. Che - viene da chiedersi con una certa rabbia - in qualche modo devono pur esserselo procurato tutto quell'alcol nonostante l'assoluto divieto di vendita e somministrazione che era stato diramato per il centro.
La speranza è che, come stiamo vedendo in queste ore, alla violenza e all'inciviltà che ci ha colpiti dritti al cuore, risponda sempre più forte un risveglio della coscienza collettiva, l'amore, il rispetto e, vivaddio, un profondo orgoglio per la grande bellezza che abbiamo. E che guardiamo, troppo spesso, con occhi assuefatti o distratti. Se non proprio strafottenti.

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