giovedì 25 settembre 2014

In viaggio con Henri Cartier-Bresson: all'Ara Pacis fino al 25 gennaio

Appena tornata dal Perù volevo fortemente una cosa: ripartire. Ovvio che dovrò aspettare, ma è vero anche che se Maometto non va alla montagna (o la montagna da Maometto, che dir si voglia)... le occasioni per 'viaggiare', a Roma, non mancano di certo. Oggi ho viaggiato insieme a Henri Cartier-

Hyères. Francia, 1932.
© Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB
Bresson, tra gli scatti dell'artista (scomparso 10 anni fa) che ripercorrono quasi un secolo di fotografia e di storia
. Per l'inaugurazione della mostra "Henri Cartier-Bresson" ospitata dall'Ara Pacis, era presente anche il curatore, Clément Chéroux, che ci ha svelato un piccolo 'segreto', come lui stesso lo ha definito, su questa retrospettiva proveniente dal Centre Pompidou di Parigi che rimarrà nella nostra capitale fino al 25 gennaio.

Le fotografie non mostrano solo l'occhio di Cartier-Bresson, ma anche come Cartier-Bresson veniva guardato dalla società: a mano a mano che l'artista diveniva 'grande', e la fotografia si affermava parallelamente come una vera e propria arte, si ingrandiva anche la stampa (parlo proprio di dimensioni fisiche) delle immagini. La retrospettiva all'Ara Pacis è così un crescendo, in tutti i sensi, degli scatti dell'artista (curiosità: tra le prime

Domenica in riva alla Senna, Francia, 1938.
© Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB
immagini, ce n'è una in cui, in un riflesso, si può vedere la sagoma del suo treppiedi con l'ingombrante macchina fotografica degli inizi). È un viaggio nella storia, nella lotta politica, nella povertà e nelle feste parigine, ritagliato secondo il gusto dell'epoca. Ma sempre con quell'occhio critico proprio dell'artista, che a Re Giorgio VI appena incoronato a Trafalgar Square, a Londra, preferiva la folla accorsa per l'occasione come protagonista delle sue fotografie. Cartier-Bresson voleva creare un "voltafaccia" a favore del popolo, immaginare il rovesciamento del potere (e in effetti, per fotografare la folla, doveva dare proprio fisicamente le spalle al regnante).
L'artista francese (che ricordava sovente il fatto di essere stato concepito in Italia) ha viaggiato in lungo e in largo per il mondo, cogliendo i movimenti delle prostitute in Messico, la fatica del lavoro in Africa, il dolore dei profughi della guerra ("Sono visivo - diceva - [...]. Osservo, osservo, osservo. È con gli occhi che capisco"), ma sapeva cogliere anche la profondità dei 'dormienti', dell'importanza di guardarsi dentro, nell'interiorità ("Forma i tuo

Henri Cartier-Bresson, New York (dettaglio), 1935.
© George Hoyningen-Hune
occhi, chiudendoli", raccomandava). L'artista ha anche immortalato alcuni dei personaggi più significativi della storia. Era in India quando Gandhi fu assassinato, lo aveva incontrato proprio alcuni giorni prima. Nella mostra a Roma possiamo ammirare gli scatti che colgono l'addio al grande pacifista, il suo funerale, la folla che lo ha sempre accompagnato.
Ma non ci sono solo foto. Il giovane Henri, infatti, sognava di fare il pittore. All'Ara Pacis sono stati messi in mostra i pochi quadri 'sopravvissuti', nel vero senso della parola. Cartier-Bresson, infatti, decise di distruggere la sua intera produzione pittorica nel momento in cui decise di abbandonare il pennello. Per fortuna qualche cosa gli è sfuggita. Durante la sua produzione è passato anche per i film, sia come attore che come assistente. Ed è solo nella fase più matura della sua vita che decide di ritrovare la carta e il disegno, passando le giornate a ritrarsi nelle espressioni più tipiche.
Le foto della mostra sono tutte vintage, originali. Fanno eccezione solamente due immagini, per l'esattezza due ingrandimenti. Si trovano l'uno all'ingresso e l'altro all'uscita del percorso. È qui che Clément Chéroux ci ha detto: "Forse lo capirò solo io, ma queste due foto sono la metafora di ciò

Haifa, Israele, 1967.
© Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB
che vuol dire essere curatore di questa mostra"
. Il primo scatto coglie due persone nell'atto di sbirciare attraverso dei buchi in un tendone: di due classi sociali diverse, uno ha la bombetta e l'altro una coppola, ma entrambi volevano vedere cosa c'era al di là di quel telo.
Ecco lo spirito con cui è stata concepita la mostra: aprire il sipario, far scoprire il mondo visto e commentato (a modo suo) da Cartier-Bresson. Alla fine del percorso, ecco l'ultima foto, che rimette il sipario e nega agli occhi la visione. Si esce e si torna così nella nostra bella Roma, nel nostro tram tram quotidiano, accecati dal sole e sorpresi nel sentire sulla pelle anche un po' di pioggerella. E in quel momento, lo ammetto, il mio pensiero è andato subito all'ombrello, comodamente quanto inutilmente appeso alla maniglia della porta, a casa. Ma, sarà perché ancora inebriata dalla bellezza vista fino a un attimo prima, guardando la luce (la base della fotografia) e le gocce che la intercettavano, illuminandosi, mi è anche scappato un sorriso.
Per ogni informazione 'tecnica' sulla mostra, rimando qui.

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